venerdì 7 settembre 2007

Ramadan e la miopia dell'Europa



«Nessun dialogo con i cattivi maestri», sono le parole di Marc Augé, l’etnologo dei «Nonluoghi», che sottolinea l’impossibilità di dialogare con personaggi alla Tariq Ramadan. Non è sorpreso che gli Usa abbiano incluso Ramadan nella lista degli indesiderati e non trova contraddizioni nel fatto che Time l’abbia inserito nell’elenco dei cento intellettuali più influenti al mondo. Spesso l’influenza non è un parametro di merito sufficiente per definire la bontà delle idee e di chi le propugna. C’è quindi chi prende una posizione netta contro certi «pontieri» del dialogo fra Occidente e Islam. Sarà la provenienza francese di Augé, il fatto che senta più di altri il rumore del fiume carsico dell’antisemitismo, che scorre nelle viscere dell’Europa e della Francia in particolare, a rendere il giudizio dell’etnologo meno indulgente verso le ambiguità e le attitudini «missionaristiche» di alcuni intellettuali. La querelle sul potere della lobby ebraica nel mondo, negli Usa e in Francia – con particolare attenzione ai media – è solo un modo per dire alle minoranze ebraiche: piegatevi, quando vi si grida in faccia l’intenzione di annientarvi, non dovete reagire, ma subire supinamente, in silenzio. Una tecnica che spesso viene usata anche contro la Chiesa cattolica.
Manca la «buona fede». Questo è il punto nodale. Augè vede nel tentativo di dare una risposta religiosa ai problemi sociali la strategia infida dell’islamismo. Centra il problema, ma non del tutto. È vero che le banlieu si sono incendiate sulla base in parte di problemi sociali, in parte – forse preponderante – di problemi culturali. Il senso di riconoscimento, l’identità pubblica dei gruppi etnici che si trovano in mezzo al guado. Non sono più e non sono ancora. Non più cittadini dei paesi d’origine, non ancora citoyen della nuova Francia. Sarkozy «non crede ad una concezione settaria o indifferente della laicità, né ad una collocazione della religione in concorrenza con la repubblica» come è descritto nel capitolo «La grandeur di Allah e la ricetta Sarkozy» del libro «La difesa dell’Occidente» di Pierre Chiartano (ed. Liberal con prefazione di Renzo Foa). Ciò che terrorizza il politici transalpini è il comunitarismo islamico che rischia di far crollare le fondamenta dello Stato, con l’uscita di richieste e bisogni della comunità islamica dal circuito istituzionale e sociale. Il radicalismo è la scorciatoia per riempire le teste di una gioventù allo sbando. Non solo, ma l’Europa dovrà riformulare in fretta i codici della proposta culturale, oggi tutta sbilanciata verso un laicismo privo di appeal, non solo per i musulmani. Nello scontro culturale è come se l’Europa continuasse a brandeggiare un’arma scarica, pur avendone a disposizioni molte altre. Dall’altra parte, l’Islam per quasi due secoli ha subito una marginalizzazione, a causa di una cultura importata, che dall’Egitto alla Mesopotamia, trovò poi in Turchia il massimo compimento nel kemalismo. La formula di Ataturk legava la modernità al rifiuto della religione. Oggi quel modello è nell’angolo, è arrugginito. L’Islam guarda all’Europa con grande sufficienza, non ci considera interlocutori all’altezza. Ecco come in un altro capitolo del libro «La difesa dell’Occidente» (Ratisbona ultimo ridotto d’Occidente) viene analizzato il problema.
«L’islam ci guarda con diffidenza, perché? La risposta apparsa sulle colonne del Corriere della Sera (settembre 2006), con le parole del Santo Padre, ricalca la vecchia critica alle società secolarizzate. Il loro conseguente rapporto ambiguo con il concetto di male. Ideologia scientista e cattiva declinazione del verbo della ragione hanno prodotto due effetti devastanti, in Europa come nelle società islamiche che anno subito il nazionalismo di stampo social-baahtista o kemalista. Primo la marginalizzazione dell’individuo in ossequio all’idea, la legge, la sovrastruttura. Secondo, la falsificazione del concetto di verità e di bene. Si è relativizzata la funzione fra individuo e male, deresponsabilizzando il primo si è annullato il secondo o viceversa. I processi di identificazione e riconoscimento delle persone sono stati spostati su concetti terreni. Si è sublimato il fango della razza, della classe o della nazione, ci si è dimenticati della grazia della verità. Fango e grazia sono le componenti dell’uomo e il libero arbitrio è ciò che fa prevalere l’una sull’altro, in una battaglia quotidiana. Dimenticarlo significa perdere l’uomo, che sia cristiano o musulmano» (pg. 190).
È questo un esempio della nuova cifra culturale che l’Europa dovrebbe acquisire per avere speranze di vincere il confronto con i «cattivi maestri». Non è una risposta che deroga alla ragione o al pensiero laico. Non vuol essere un subappalto ideologico alla religione d’Occidente, ma solo l’umile constatazione del cambio dei tempi.

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