Tunisi. Il treno per Sousse parte dopo le tre del pomeriggio. Circa due ore e mezzo di viaggio, sballottato ma con un climatizzatore che funziona, e arrivo alla stazione della città costiera tunisina, meta di solito di migliaia di turisti. La conta delle vittime della strage portata a termine dal giovane jihadista Seiffedine Rezgui non è aggiornata. Leggo sul mio tablet la Bbc: una trentina di morti sulla spiaggia di al Kantauy. Una collega tunisina mi chiama al cellulare. «Un attentatore è stato ucciso mentre si allontanava dall’albergo con un kalashnikov. Un altro l’hanno arrestato»...
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giovedì 27 agosto 2015
Sousse, capitolo di sangue già scritto
martedì 25 agosto 2015
martedì 28 aprile 2015
Reporting from jebel Mghilla. Tunisia and the war against IS
Non è la Sierra Maestra. Jebel Mghilla potrebbe ricordare il rifugio preferito dai guerriglieri cubani, l’ultimo di Fidel Castro alla macchia, dopo il fallito attacco alla Mocada. Ma non siamo a Cuba, ci troviamo in Tunisia. I barbudos ci sono, ma promuovono un jihad senza pietá contro stranieri e murtaddin, i musulmani “deviati”. Ogni analogia si spegne, ogni suggestione legata alla storia dell’altro secolo scompare. Ogni accostamento appare inappropriato. Rimane il fascino per un posto ricco di suggestioni e di persone in carne ed ossa...
lunedì 2 marzo 2015
Tunisia: il vento del Califfato
Un breve viaggio dai quartieri "difficili" di Tunisi, passando per Oeslatia, nel centro rurale del paese, dove alcune famiglie di giovani jihadisti si sono ribellate contro i reclutatori locali di Stato islamico, per finire nella provincia povera vicino al confine con la Libia. Ben Gardane e il "passaggio" di Ras Ajdir, una zona che ha regalato molti martiri alla guerra in Siria, Iraq e in Libia. Qua il fiato di SI si sente piu forte... anche in qualche commento. Prevale pero' nella gente la voglia di tenere la Tunisia lontano dalla violenta onda del Califfato. Ce la faranno?
Lo racconta Francesca Mannocchi, con le immagini di Sirio Timossi e la collaborazione di Pierre Chiartano e Dhouah Talik per La7 "Piazza Pulita" - trasmesso il 16 febbraio 2015
mercoledì 28 gennaio 2015
Tg1/TV7 "Sempre piu vicini" reportage about tunisian jihadist
Amedeo Ricucci reporter, Cristiano Tinazzi cameraman, Pierre Chiartano producer
Reportage broadcasted Juanuary the 16th 2015 - Tunisia is the only country coming from "ArabSpring" with a new costitution and a "democracy" but it is even the greater supplier of young jihadists to Islamic state and other organization fighting in Syria, Iraq and Libya
To see the footage at min 29 sec30
giovedì 13 ottobre 2011
La speranza di Tunisi


La Primavera araba è cominciata in Tunisia. È stata chiamata dei «gelsomini» da francesi, ma a molti tunisini non piace questa definizione. Le sommosse sono partite il 18 dicembre 2010 con la protesta estrema del tunisino Mohamed Bouazizi che si è dato fuoco, ucciso nell’anima e nello spirito dalla continue vessazioni della polizia. La narrazione della rivolta e della ricerca della costruzione di un Paese nuovo è quella giusta. Ci sono i simboli, le spinte emotive, i risultati – è stato cacciato il dittatore Ben Alì – ma c’è la crisi economica che potrebbe alimentare nuove rivolte e la corruzione endemica. È il tempo che giocherà un ruolo determinante. La fase di transizione è stata studiata bene, assomiglia un po’ a quella italiana del secondo dopo guerra, elezione di un’assemblea costituente, nuova costituzione, poi di nuovo alle urne per scegliere finalmente un nuovo governo e un nuovo presidente. In più c’è l’Alta commissione per la realizzazione degli obiettivi della rivoluzione, ma i concetti e i passaggi istituzionali sono simili. Molti egiziani guardano con invidia al modello tunisino scelto per la transizione. E come per l’Italia di De Gasperi e Togliatti si è posto il problema della nomeklatura di regime. Un change totale rischia di sbriciolare delle istituzioni già deboli, un cambio insufficiente può alimentare ancora malcontento nella popolazione e la sensazione di una rivoluzione “tradita”. Si arriverà ad un equilibrio prima o poi. Sintomo ddel travaglio sono state le lunghe settimane di attesa e consultazioni, all’inizio dell’estate quando il governo tunisino, guidato dal primo ministro ad interim Beji Caid Essebsi, i partiti e la società civile avevano raggiunto un accordo sulla data dell’elezione dell’Assemblea costituente. Si era deciso di farle slittare al 23 ottobre, e non più il 24 luglio come previsto. La questione di fondo sulla nuova Tunisia che non è posta solo dai partiti islamici ma da tutte le forze in campo è come e quanto attuare la “defrancesizzazione” delle élite che hanno dominato il Paese dal giorno dell’indipendenza. Tenendo conto della reazione dell’Eliseo alla cacciata di Ben Alì e al successivo pasticcio libico organizzato da Parigi, non c’è da stare tranquilli sulla volontà dei transalpini di ingerire ancora sul Paese, tentando di influenzare anche la fase di transizione. Parliamo di una classe dirigente equamente distribuita nei partiti di governo e d’opposizione che ha sempre agito secondo logiche di potere, infischiandosene del bene comune. È questo uno dei passaggi chiave che determinerà la natura e il futuro della Rivoluzione dei gelsomini. L’altra questione importante assomiglia in sedicesimi a ciò che vive la Turchia: il conflitto culturale e politico tra secolaristi e movimenti religiosi. I primi temo che il partito Nahdha e i suoi alleato possano incidere nella nuova costituzione limitando le libertà personali, aprendo la strada all’introduzione della sharia. La nuova legge elettorale che favorisce la costruzione di coalizioni. Così stiamo assistendo alla nascita di tre grandi aggregazioni politiche che presumibilmente si sfideranno alle urne.
Un polo democratico «modernista» costituito da formazioni dell’estrema sinistra. Poi c’è un Partito democratico progressista di centrosinistra e infine il Nahdha la formazione di ispirazione islamica che ha il suo leader in Hamadi Jebali. Rappresenta l’islam moderato tanto da essere stato invitato al meeting di Rimini di Comunione e Liberazione. E c’è chi ci tiene a distinguere tra realtà e narrazione della rivolta. Hajar Ben Hassin è un’affermata anchor woman tunisina che lavora per la tv pubblica turca, conduce un programma d’approfondimento politico e culturale in lingua araba molto popolare nei 22 Paesi in cui viene trasmesso. «Innanzitutto non chiamiamola Rivoluzione dei gelsomini, come hanno fatto i francesi, è stata una rivolta di un popolo per riacquistare la propria dignità. I francesi non hanno alcun diritto di dare un nome a questa rivoluzione e il giovane Bouazizi si è dato fuoco perché aveva vista profondamente offesa la propria dignità».