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lunedì 2 marzo 2015

Tunisia: il vento del Califfato


Un breve viaggio dai quartieri "difficili" di Tunisi, passando per Oeslatia, nel centro rurale del paese, dove alcune famiglie di giovani jihadisti si sono ribellate contro i reclutatori locali di Stato islamico, per finire nella provincia povera vicino al confine con la Libia. Ben Gardane e il  "passaggio" di Ras Ajdir, una zona che ha regalato molti martiri alla guerra in Siria, Iraq e in Libia. Qua il fiato di SI si sente piu forte... anche in qualche commento. Prevale pero' nella gente la voglia di tenere la Tunisia lontano dalla violenta onda del Califfato. Ce la faranno?
Lo racconta Francesca Mannocchi, con le immagini di Sirio Timossi e la collaborazione di Pierre Chiartano e Dhouah Talik per La7 "Piazza Pulita" - trasmesso il 16 febbraio 2015

GUARDA QUI IL FILMATO

giovedì 13 ottobre 2011

La speranza di Tunisi



La Primavera araba è cominciata in Tunisia. È stata chiamata dei «gelsomini» da francesi, ma a molti tunisini non piace questa definizione. Le sommosse sono partite il 18 dicembre 2010 con la protesta estrema del tunisino Mohamed Bouazizi che si è dato fuoco, ucciso nell’anima e nello spirito dalla continue vessazioni della polizia. La narrazione della rivolta e della ricerca della costruzione di un Paese nuovo è quella giusta. Ci sono i simboli, le spinte emotive, i risultati – è stato cacciato il dittatore Ben Alì – ma c’è la crisi economica che potrebbe alimentare nuove rivolte e la corruzione endemica. È il tempo che giocherà un ruolo determinante. La fase di transizione è stata studiata bene, assomiglia un po’ a quella italiana del secondo dopo guerra, elezione di un’assemblea costituente, nuova costituzione, poi di nuovo alle urne per scegliere finalmente un nuovo governo e un nuovo presidente. In più c’è l’Alta commissione per la realizzazione degli obiettivi della rivoluzione, ma i concetti e i passaggi istituzionali sono simili. Molti egiziani guardano con invidia al modello tunisino scelto per la transizione. E come per l’Italia di De Gasperi e Togliatti si è posto il problema della nomeklatura di regime. Un change totale rischia di sbriciolare delle istituzioni già deboli, un cambio insufficiente può alimentare ancora malcontento nella popolazione e la sensazione di una rivoluzione “tradita”. Si arriverà ad un equilibrio prima o poi. Sintomo ddel travaglio sono state le lunghe settimane di attesa e consultazioni, all’inizio dell’estate quando il governo tunisino, guidato dal primo ministro ad interim Beji Caid Essebsi, i partiti e la società civile avevano raggiunto un accordo sulla data dell’elezione dell’Assemblea costituente. Si era deciso di farle slittare al 23 ottobre, e non più il 24 luglio come previsto. La questione di fondo sulla nuova Tunisia che non è posta solo dai partiti islamici ma da tutte le forze in campo è come e quanto attuare la “defrancesizzazione” delle élite che hanno dominato il Paese dal giorno dell’indipendenza. Tenendo conto della reazione dell’Eliseo alla cacciata di Ben Alì e al successivo pasticcio libico organizzato da Parigi, non c’è da stare tranquilli sulla volontà dei transalpini di ingerire ancora sul Paese, tentando di influenzare anche la fase di transizione. Parliamo di una classe dirigente equamente distribuita nei partiti di governo e d’opposizione che ha sempre agito secondo logiche di potere, infischiandosene del bene comune. È questo uno dei passaggi chiave che determinerà la natura e il futuro della Rivoluzione dei gelsomini. L’altra questione importante assomiglia in sedicesimi a ciò che vive la Turchia: il conflitto culturale e politico tra secolaristi e movimenti religiosi. I primi temo che il partito Nahdha e i suoi alleato possano incidere nella nuova costituzione limitando le libertà personali, aprendo la strada all’introduzione della sharia. La nuova legge elettorale che favorisce la costruzione di coalizioni. Così stiamo assistendo alla nascita di tre grandi aggregazioni politiche che presumibilmente si sfideranno alle urne.
Un polo democratico «modernista» costituito da formazioni dell’estrema sinistra. Poi c’è un Partito democratico progressista di centrosinistra e infine il Nahdha la formazione di ispirazione islamica che ha il suo leader in Hamadi Jebali. Rappresenta l’islam moderato tanto da essere stato invitato al meeting di Rimini di Comunione e Liberazione. E c’è chi ci tiene a distinguere tra realtà e narrazione della rivolta. Hajar Ben Hassin è un’affermata anchor woman tunisina che lavora per la tv pubblica turca, conduce un programma d’approfondimento politico e culturale in lingua araba molto popolare nei 22 Paesi in cui viene trasmesso. «Innanzitutto non chiamiamola Rivoluzione dei gelsomini, come hanno fatto i francesi, è stata una rivolta di un popolo per riacquistare la propria dignità. I francesi non hanno alcun diritto di dare un nome a questa rivoluzione e il giovane Bouazizi si è dato fuoco perché aveva vista profondamente offesa la propria dignità».

sabato 2 luglio 2011

Interview on Turkish Radio Television Arabic


‎"Occident and Islam" Pierre broad interview on Turkish Radio Television arabic. Host in "Turkish Coffe" a tv program of anchorwoman Hajer Ben Hassine. Broadcasted twice in June to 22 arab countries.

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giovedì 6 gennaio 2011

L'articolo «Ciro sfida gli aytollah» è stato tradotto e ripreso dall'agenzia stampa in lingua farsi Parsdailynews




آیت الله ها نگران نسیم تازه پارسی گر جوانان /هویت ایرانی در کشور روز به روز نیرومند تر میشود

نسیم پارسی گر هخامنشیان بر روی سرزمین کهن ایران زمین در حال وزیدن است و دارد باعث ایجاد دگرگونی های ریشه ای در درون این کشور میشود. تغییراتی که هنوز از چشم جهان غرب پوشیده میباشند. یکی ار نخستین نشانه های رویش نسلی نو در ایران با ایده های میهن طلبانه و سکولار را میتوان در واکنش تند و صریح رهبر گروه حزب الله لبنان، سید حسن نصرالله، مشاهده کرد. این رهبر عرب شیعه در سخنرانی خود بتازگی بر هویت پارسی ایرانیان حمله کرده و گفته است که «تمدن پارسی در ایران وجود ندارد» و رهبران جمهوری اسلامی «آیت الله روخ الله خمینی و خامنه ای ریشه عرب داشته و ایرانی تبار نمی باشند». اظهاراتی که واکنش شدید نسل جوان ایرانیان را در پی داشت که بر روی تارنماهای گوناگون، وبلاگها و با امضا کردن پتیشن ها، رهبر جزب الله لبنان را بسیار نقد کردند و از او خواستند تا از ملت ایران پوزش بخواهد.

ترس حزب الله از رویش هویت ایرانی در کشور احتمالا برای آنست که چنین گرایش فکریی در طولانی مدت میتواند ایران را به سمت سیستم سیاسی سکولار و ملی گرا سوق دهد و در نتیجه پشتیبانی جمهوری اسلامی از حزب الله کاسته و یا بطور کل حذف شود.

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ایران: آیت الله ها نگران نسیم تازه پارسی گر جوانان میباشند

هویت ایرانی در کشور روز به روز نیرومند تر میشود و بر هویت اسلامی سایه میفکند

رم،۱۲دی - (آکی فارسی) – روزنامه ایتالیایی «لیبرال» در شهر رم مقاله ای تحلیلی در مورد شرایط سیاسی و فرهنگی ایران منتشر کرده است. برگردان این مقاله که با قلم پیر کیارتانو و با همراهی ایرانشناسی در اروپا با نام مستعار کورش فرخی تهیه شده است، بشرح زیر میباشد:

آیت الله ها نگران نسیم تازه پارسی گر جوانان میباشند

هویت ایرانی در کشور روز به روز نیرومند تر میشود و بر هویت اسلامی سایه میفکند

نسیم پارسی گر هخامنشیان بر روی سرزمین کهن ایران زمین در حال وزیدن است و دارد باعث ایجاد دگرگونی های ریشه ای در درون این کشور میشود. تغییراتی که هنوز از چشم جهان غرب پوشیده میباشند. یکی ار نخستین نشانه های رویش نسلی نو در ایران با ایده های میهن طلبانه و سکولار را میتوان در واکنش تند و صریح رهبر گروه حزب الله لبنان، سید حسن نصرالله، مشاهده کرد. این رهبر عرب شیعه در سخنرانی خود بتازگی بر هویت پارسی ایرانیان حمله کرده و گفته است که «تمدن پارسی در ایران وجود ندارد» و رهبران جمهوری اسلامی «آیت الله روخ الله خمینی و خامنه ای ریشه عرب داشته و ایرانی تبار نمی باشند». اظهاراتی که واکنش شدید نسل جوان ایرانیان را در پی داشت که بر روی تارنماهای گوناگون، وبلاگها و با امضا کردن پتیشن ها، رهبر جزب الله لبنان را بسیار نقد کردند و از او خواستند تا از ملت ایران پوزش بخواهد.

ترس حزب الله از رویش هویت ایرانی در کشور احتمالا برای آنست که چنین گرایش فکریی در طولانی مدت میتواند ایران را به سمت سیستم سیاسی سکولار و ملی گرا سوق دهد و در نتیجه پشتیبانی جمهوری اسلامی از حزب الله کاسته و یا بطور کل حذف شود.

بنابراین به نظر میرسد که در ایران، اسلامی گری آیت الله خمینی دیگر در حال افول است و در مرزهای تخت جمشید بوسیله نوادگان کورش به بن بست رسیده است. رویش چنین اندیشه ملی گرایی در میان جوانان ایرانی تاثیرات زیادی را هم در سیاست خارجی و هم داخلی ایران خواهد داشت. کما اینکه از طرفی حزب الله، به عنوان یکی از متحدین درجه اول ایران در خاور میانه، و جناح مذهبی و روحانی در داخل کشور، از طرفی دیگر، با این پدیده بسیاربا تندی رفتار میکنند و تلاش در خنثی کردن آن دارند.

در این زمینه با کورش فرخی ،یکی از ایران شناسان در اروپا، گفتگویی کرده ایم. دکتر فرخی میگوید: «بخش مهمی از جوانان ایران زمین خواستار جدایی دین از سیاست میباشند و پس از بیش از سی سال خودکامگی سیاسی، که بر ایدئولوژی اسلامی تکیه داشته است، جوانان تولدی دیگر را خواستار هستند که ارزشهای ایرانی را به عنوان تکیه گاه خود برگزیند. نوع حکومت کورش بزرگ، فلسفه زرتشت و اندیشه فردوسی از جمله عنصرهای اساسی این نوع مکتب فکری جوانان هستند که میتوان با نام «ایرانیزم» از آن نام برد. این گرایش جوانان را میتوان ار آغاز سال میلادی۱۹۹۷ مشاهده کرد. درست از آن سالی که نسل جدید (بچه های انقلاب) به سن هجده سالگی رسیدند و آنها شروع به چالش کشیدن جمهوری اسلامی کردند. نخستین اثر آن را در پشتیبانی آنها از دولت اصلاحات محمد خاتمی میتوان دید. موج دوم این جنبش جوانان را میتوان در جنبش سبز دید. جوانانی که برای دفاع از حق انتخاب خود به خیابانها ریختند و جمهوری اسلامی را به چالش کشاندند. شعارهای این جوانان از جمله «استقلال، آزادی، جمهوری ایرانی» و «نه غزه، نه لبنان، جانم فدای ایران» بیانگر گرایش ملی گرا، آزادیخواه و سکولار این جنبش است. نسل جوانی که ایدئولوژیک نیست و فقط خواستار بر قراری حکومتی مردم سالار، میهنی ولائیک میباشد».

در ادامه کورش فرخی میفزاید: «ایرانیت و اسلامیت همیشه در تضاد بوده اند و در طول تاریخ ایران زمین تمام حاکمان بر این دیار به شیوه ای باید در مورد این تضاد تاریخی موضع گیری کرده و با هویت ایرانیان تکلیف خود را روشن میکردند. حتی جمهوری اسلامی هم، با آنکه برمبنی اندیشه و ایدئولوژی عربی اسلامی استوار شده است، پس از سی سال حکومت دینی، مجبور شده است که به هویت ایرانی بازگردد و از آن برای جذب نسل جوان استفاده کند.

نمومه بارز این شرایط را میتوان در دگرگونی تدریجی خط سیاسی و فرهنگی دولت دهم محمود احمدی نژاد دید. وی در طول شش ماه اخیر دارد از آیت الله علی خامنه ای دور میشود و تلاش در محدود ساختن قدرت بخش روحانیت شیعه در کشور میکند. از سوی دیگر با دادن قدرت سیاسی زیادی به عنصر لائیک دولت خود، اسفندیار رحیم مشایی، که در سخنرانیهایش از هویت ایرانی دفاع میکند و از کورش بزرگ به نیکی یاد میکند، دارد سکان قدرت را از طرفداران اسلامیت دور میکند و به پشتیبانان ایرانیت نزدیک میکند. هر چند او این کار را به احتمال زیاد برای تثبیت قدرت سیاسی خود انجام میدهد و با ایرانیت بصورت ابزاری برخورد میکند، ولی همان که رئیس جمهوری اسلامی باید برای جذب نسل جوانی، که در زیر سایه و بمباران رسانه ای و تربیتی شاگردان آیت الله خمینی، رشد کرده اند، دم ازکورش بزرگ و هخامنشیان بزند خود یک نکته بسار مهم است و اهمیت سیاسی هویت ایرانی را در تعیین خط سیاسی کشور آشکار میکند.

این خود نشانه شکست پروژه اسلامی آیت الله خمینی است. کما اینکه، چند ماه پیش، رهبر حزب الله لبنان، با لحنی قهر آمیز، بر هویت ایرانی حمله کرد و آن را مرده قلمداد کرد. دلیل این حمله لفظی سید حسن نصرالله ترس او، و شاید بشود گفت پیشبینی او، از دگرگونی ایجاد شده در جامعه مدنی ایران و در بخشی از دولتمردان ایران است. چنین تغییری ایران را از پشتیبانی سیاسی و اقتصادی حزب الله دور خواهد کرد و ایران را، در آینده ای نه چندان دور، به سمت همکاری با دولت های ملی و لائیک خاور میانه از جمله اردن و دولت مرکزی لبنان، با رهبری سعید حریری، خواهد کشاند. بنابراین حزب الله از تولد دوباره ایرانیزم میترسد و بر آن حمله میکند».

بنظر میرسد که در درون ایران ، چه در سطح جامعه، چه در سطح حکومت، تغییراتی عمیق در حال رخ دادن هستند که هنوز از دید غربیان بدور میباشند. آیا ایران واقعا در حال دگرگون شدن است؟ آیا ایرانیان ، که در تاریخ کهن خود مثال برجسته ای همچون کورش بزرگ را دارند که مظهر برابری و تضمین آزادی بیان و دین در امپراتوری خود بود، میتوانند دوباره به شکوفایی خود در جهان مدرن امروزی برسند؟ آیا باغهای پردیس ایران باستان میتوانند دوباره برویند و ایران را آباد کنند؟

هر چه است این موضوع نسبتا آشکار است. در ایران حرف روحانیون اسلامگرا دیگر اعتبار زیادی ندارد. اگر آیت الله های اسلامی در ماه شیخی را ببینند و آن را به مردم نشان دهند، ایرانیان خواهند گفت: الان که شب نیست که ماهی در آسمان باشد.

با تشکر از - (آکی فارسی) برای ترجمه و ارسال به پارس دیلی نیوز

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martedì 2 settembre 2008

La Grandeur d'Allah nella finanza



Parigi vuol battere Londra a suon di sukuk, le obbligazioni islamiche. È cominciata la corsa di Nicolas Sarkozy per superare i cittadini britannici in un settore in cui sono sempre stati campioni: gestire il proprio e l’altrui denaro. La Ville Lumière vuol diventare la nuova capitale finanziaria d’Europa, grazie alle banche musulmane. Pochi giorni fa Christine Lagarde, ministro delle Finanze transalpino, ha introdotto alcune misure per rendere il Paese un catalizzatore di fondi a livello globale. Gli oltre sei milioni d’islamici che popolano la Francia, rispetto ai “soli” tre milioni del Regno Unito, sembrano dare una sponda migliore per mettere le basi di un nuovo baricentro finanziario mondiale. Così si potrà fare conto sui soldi raccolti e utilizzati secondo le leggi di Allah. Dovremo abituarci alle regole del riba – il divieto del tasso d’interesse o usura – del gharar – il divieto sull’incertezza negli affari – del maysir – il divieto della speculazione – e di tutte quelle distinzioni fra haram (vietato) e halal (permesso)? Non possiamo ancora dirlo, ma sarà bene prepararsi, visto che con i prezzi attuali del greggio alla cassa ci sono loro. Noi siamo in fila per pagare. Che impatto potrà avere una scelta del genere, visto anche il ruolo che Parigi vuol giocare nei nuovi equilibri continentali? Potrebbe essere un cavallo di Troia e la fase finale del grande progetto d’Eurabia ben descritto nel libro di Bat Ye’Or, oppure una sana iniezione di principi etici in un sistema finanziario malato e senza regole? C’è chi considera le banche islamiche un grande bluff e che la proibizione degli interessi sia in realtà finalizzata al solo divieto d’usura. Proibita dal Corano, ma anche dalla tradizione cristiana. In effetti nel periodo della tazimat, la riorganizzazione, tra il 1836 e il 1876, si importarono nell’Impero ottomano le istituzioni bancarie di stampo occidentale nel tentativo di puntellare il gigante con i piedi d’argilla. Nel 1856 furono autorizzate ad operare le istituzioni bancarie a capitale straniero, legalizzando così il tasso d’interesse. Un divieto spesso eluso anche nel Medioevo. Le strutture, cui Sarkozy sta spalancando le porte, sono invece nate cinquant’anni fa. I due fondatori “spirituali” si chiamavano Abul A’la Mawdudi, che mosse i primi passi nell’India britannica degli anni Quaranta e Sayyed Qutb, un ideologo dei Fratelli musulmani, morto nelle carceri egiziane. Non essendo pratici di questioni economiche e di fattori come l’inflazione, avevano costruito un sistema che produceva solo perdite. Poi la svolta e la nascita del concetto di compartecipazione. Nelle banche islamiche creditore e debitore dovrebbero rischiare e guadagnare insieme nella condivisione. Musica per le nostre orecchie, intasate da scandali e soprusi d’ogni genere e alla ricerca di un etica che non sia solo enunciata. Però pare che ci sia il trucco e tassi d’interesse comunque si paghino. Anche scandali e truffe non sono mancati, specialmente in Egitto, dove l’Arabia Saudita ha dovuto spesso metter mano al portafoglio per chiudere voragini e salvare il concetto di banca islamica. La prima iniziativa con rilievo funzionale viene attribuita all’economista Ahmad al-Najjar che nel 1963 fondò la cassa di risparmio di Mitt Ghamr.
Però il progetto di sbarco sul Continente dei broker del risparmio secondo Corano prosegue da tempo e non mancano iniziative di rilievo, come quella del Robert Schuman center for advanced studies, che sondano il fenomeno. Studiando lo stato dell’arte e le prospettive future della finanza e delle attività bancarie, secondo le regole della sharia. Con previsioni sull’appeal dei servizi di questo tipo, anche in vista dell’eventuale entrata della Turchia nel club di Strasburgo. Un primo appuntamento di lavoro si è visto lo scorso gennaio a Firenze, dove fra gli altri si sono incontrati esponenti dell’Abi e della United arab banks (Uab) ed esperti di università inglesi e americane. Nel settembre 2007 proprio Abi e Uab avevano firmato un memorandum di cooperazione. Ma torniamo sulle sponde della Senna per dare i numeri di quello che, semplificando, potremmo chiamare progetto Lagarde. Attualmente due colossi come Bnp Paribas e Societé Générale offrono un servizio ampio, ma non completo, di prodotti finanziari islamici. Ciò che preoccupa e che il Senato francese stia mettendo insieme politici, banchieri e giureconsulti musulmani per discutere come supportare questo nuovo modello di gestione del denaro. Un passo decisivo verso un cambiamento del quadro legislativo e fiscale dello Stato, come sottolineato sul Finacial Times del 13 maggio scorso. Una scelta quasi obbligata di un Paese ostaggio della propria comunità musulmana oppure, secondo la versione ufficiale, un mero calcolo economico. Il fondatore, nel 2004, di Isla Invest, la prima società di consulenza del settore in Francia, Zoubair Ben Terdyet è convinto che ha spingere Parigi verso gli islamic bond siano le grandi prospettive di guadagno. Insomma tutti alla ricerca del profitto moralmente corretto, Mashallah. Nella speranza che rimanga qualcosa dell’Europa, oltre la semplice carta moneta, se Dio vuole.


I soldi della sharia all’ombra della Union Jack
La crescita della banche islamiche, che sono solo una parte della finanza araba, è stato del 20 per cento all’anno dal Duemila. Le attività consolidate secondo le leggi d’Allah ammonterebbero a circa 500 miliardi di dollari secondo le stime di Moody. Anche in Inghilterra si è cercato di adeguare la legislazione per favorirne la crescita. Ad esempio la Islamic bank of Britain continua a svilupparsi nonostante la crisi delle concorrenti “laiche” terremotate dai ninja loan o subprime e prodotti collaterali e derivati. Con sede a Birmingham ha visto i suoi clienti crescere del 38 per cento nel 2007. I depositi si sono incrementati del 61 per cento in valore, fino ad un ammontare di 135 milioni di sterline, circa 169 milioni di euro. Numeri ancora modesti rispetto ai colossi del denaro, ma che sembrerebbero immuni dalle perdite che stanno dissanguando altri protagonisti del settore. Un fenomeno che non riguarderebbe solo la finanza islamica, ma più in generale le banche degli Stati del Golfo. Nella classifica dei cosiddetti writedowns – le perdite legate ai subprime – solo la Gulf international bank raggiungerebbe quota un miliardo di dollari, seguita molto da lontano dal gruppo formato dalla Gulf investment corporation e dalla Arab banking corporation con poco più di 200 milioni di dollari, poi scemando verso perdite sempre minori fino alla Saudi investment bank con solo poche decine di milioni di buco. Una tendenza che farebbe pensare più a oculate scelte strategiche che all’obbedienza teologica.

pubblicato su Liberal del 14/06/08 pag.9