martedì 20 novembre 2007

Cartesio e l'Islam



Le continue polemiche scatenate da Tariq Ramadan, sono alimentate più dalle sue ambiguità di comportamento che dall’approccio teorico che vorrebbe propugnare. In maniera molto semplicistica vorremmo riassumere. La rimonta islamica cominciata con la crisi nasseriana e del modello laicista di stampo europeo, ha avuto alcuni passaggi chiave. Il primo l’abbiamo citato e ha causato la svolta “radicale” del movimento dei Fratelli mussulmani in Egitto, con Sayyd Qutb; il secondo è stato la rivoluzione komehinista che ha portato lo sciismo musulmano a fare i conti con la gestione politica del potere (negata dalla tradizione duodecimana). Il tentativo di Nasser di strumentalizzare l’islam presentata come «religione socialista», partendo dalla radice razionale e priva di «misteri» che la caratterizza, fallisce, accompagnata da una durissima repressione; Qutb sarà giustiziato nel 1966. Con il khomeinismo cresce lentamente il concetto di religione-mondo applicata alla politica dell’universo sciita che creerà strutture e istituzioni più adatte al radicamento sociale nell’islam moderno e «infelice». Ma veniamo ai punti di contatto fra «modernità», intesa secondo i canoni occidentali, e alcuni passaggi della «filosofia» islamica. Qutb cita la «perfetta uguaglianza umana e la ferma solidarietà sociale», ma legge l’Occidente come empio e corrotto. Il tunisino Rashid al Gannushi, al contrario ha studiato la filosofia occidentale e percepisce quest’ultima come un «contrappeso ideologico alle dottrine islamiche» (da «Arcipelgo Islam», di Mezran-Campanini, Laterza editore) e lavora ad una ridefinizione dell’identità arabo-islamica che riesca a declinare modernità e religione. Anche lui finisce però giustiziato nel 1987. Possono essere due campioni fra posizioni “radicali” e “moderate”, mettendo il quaedismo nella casella dell’ultraradicalismo. Però entrambi sono violentemente anticapitalisti, sinceramente antisionisti, anche se il secondo non parrebbe venato di antisemitismo. Il nodo, come viene spiegato nel capitolo sulla Weltanschauung islamica del libro «La Difesa dell’Occidente» (Liberal edizioni) è nella visione antropologica della cultura musulmana, dove l’individuo è subordinato alla comunità e il concetto di libero arbitrio e sinceramente reso problematico da alcuni passaggi teologici, se così possiamo definirli. Il primo è il valore legale delle preghiere e l’origine rivelata del diritto. Il secondo e la sostituzione della formula ebraicocristiana «uomo-Dio» in quella di «uomo-vicereggente di Dio», con tutto quello che ne consegue dal punto di vista della filosofia «politica». Dal Dio incarnato e rinnegato fino alla Croce, al Dio solo trascendente, ma senza «misteri», corre il confine e la possibilità di un futuro dialogo fra i due mondi. Dal Dio-Uomo deriva l’antropocentrismo occidentale, dalla «follia della Croce» il concetto del libero arbitrio. Dall’uomo reggente di Dio deriva invece un’impostazione «suddita» della persona, dove la comunità prevarica l’individuo, più vicina alla sociologia marxista che alla contrattualistica lockiana. Né la natura razionale dell’Islam ha prodotto pensatori come Cartesio, con buona pace per al Wahab. Anche se la definizione della società musulmana come prewestfalica può avere dei limiti, difficilmente potremo equiparare i frutti politico-istituzionali che ne sono derivati. È vero che sotto il regno Omayyade e poi Abbaside le funzioni politiche e religiose furono separate e non si ebbe più la sovrapposizione fra capo dello Stato e vicario di Dio sulla terra, ma questo non produsse un’evoluzione, solo un cambiamento. La lotta fra califfi e ulama, vide vincenti i secondi. I califfi diventavano così dei semplici custodi dell’ortodossia delle leggi islamiche. Questo però non è imparentato con la separazione fra «Trono» e «Chiesa» da cui derivò, nel tempo, il costituzionalismo parlamentare, ma semplicemente il risultato di una lotta di potere tutta interna alla cultura teologica dell’Islam. Dove invece ci sarebbe la possibilità di scovare dei punti di contatto «fertili» è nel contagio con la filosofia greca, passata in Occidente attraverso Avicenna con le sue opere su Aristotele, arrivati a noi attraverso i commentari di al Farabi. Ma sarebbe un’operazione a freddo, che non tiene conto del «caldo» revanchista di un’Islam per troppo tempo tenuto all’angolo dal finto modernismo d’importazione. Un bigottismo laico, da tempo in crisi anche in Europa, che non ha più alcun appeal presso le classi dirigenti arabe e mediorientali. È comunque la strada da seguire, in attesa di una Nahda (rinascita) culturale anche in Occidente.

giovedì 11 ottobre 2007

Che dicono i «volteriani»?



Ernst-Wolgang Bokenforde è il padre di un paradosso. È tedesco ed è figlio della Germania postbellica, dove si è cercato in ogni modo di costruire un’architettura dello Stato che non avesse i difetti e le fragilità della repubblica di Weimar. Si è cercato in un modello di Stato che viene chiamato «liberale» - ma che è frutto di una certa ideologia continentalista- il soggetto garante di un’alleanza fra «Trono» e «Chiesa». Secondo la corrente dei difensori del laicismo europeo, convenuti in un’interessante incontro al Centro studi americani e coordinato dal direttore di Reset, Giancarlo Bosetti – promotore della messa all’indice di Magdi Allam - non siamo in una società post-secolare, ma pre-secolare. Se qualcuno avesse avuto dubbi circa il futuro dell’oltranzismo laicista, avrebbe potuto toccare con mano teorie e teoremi sull’astrazione di un certo mondo accademico dalla realtà. Intendiamoci, molto sono state le analisi di grande interesse, per prima quella del protagonista che ha proposto un modello di laicità aperta (quella tedesca) in contrapposizione ad una versione chiusa (quella francese pre-Sarkozy, aggiungiamo noi). Tesi interessante perchè apre un dialogo sui modelli continentalisti rispetto a quello angloamericano – peraltro sviscerato dall’intervento di Emilio Gentile. «America religiosa vs Europa secolare», un’altro paradosso dove i nipoti dei padri pellegrini sarebbero più laici in quanto più religiosi. In effetti il 90 per cento degli americani si dichiarano credenti e sulle stesse percentuali voterebbero per un candidato alla Casa Bianca cristiano, ebreo o musulmano, ma solo il 15 per cento lo farebbe per un presidente ateo. E si «riciccia» la storia della religione civile o «deismo cerimoniale». Insomma tutta una serie di disquisizioni che dimenticano che l’invenzione – se così possiamo definirla – della separazione fra Stato e Chiesa nasce dalle parole di Gesù: «date a Cesare quel che è di Cesare...». Vabbé, ma non possiamo stare a sottilizzare. Comunque non si è capito dove sia il confine che, all’interno dello spazio pubblico, delimita l’area fra determinazione culturale e determinazione politica. Quale è il discrimine fra il riconoscimento delle differenze culturali, come componenti di una società plurale ed il loro effetto politico che ne modificherebbe la natura. Facciamo un esempio. In Turchia, nelle Università, è proibito portare il velo tradizionale. Allora molti ragazzi utilizzano varie forme d’abbigliamento per far capire che sono credenti. Vogliono occupare lo spazio pubblico, come determinazione culturale, ma soprattutto come azione «politica» che può portare a modifiche delle leggi dello Stato. I difensori dello Stato neutrale, del recinto all’interno del quale ognuno può liberamente professare la sua fede o non fede, mancano di confrontarsi con questa realtà. Teorizzano, in astratto, la giustezza di una democrazia procedurale e guardano con sospetto alla proposta di Bokenforde, che almeno ha il merito di aprire una porta all’importanza della «tradizione» rispetto ai modelli politici. Qualcuno ha anche riproposto la visione risorgimentale del conflitto fra Stato liberale e Chiesa... Mah! È come parlare di «habeas corpus» e del diritto di Giustiniano, in linea di principio è corretto, ma chiama qualche sbadiglio. Comunque a Colonia, che ha una comunità islamica di mezzo milione di persone, hanno trovato la soluzione. I due minareti di quella che sarà una delle più grande moschee d’Europa dovranno avere un’altezza adeguatamente più bassa (55 metri) delle guglie gotiche del Duomo.

mercoledì 19 settembre 2007

Glucksmann e i cattivi maestri



Nell’interessante querelle sui cattivi maestri - è lecito, utile e auspicabile dialogare con gli intellettuali islamisti? - mancava alla lunga lista di nomi già intervenuti nel confronto delle idee, André Glucksmann (Corsera 19/09/07). Uno dei pochi intellettuali francesi scesi in campo a difendere prima Benedetto XVI a Ratisbona, poi il povero Redeker. Il contributo è stato fondamentale nel sistematizzare e dare le casacche alle squadre in campo. Le posizioni occidentali hanno delle differenze non da poco. In pratica per Glucksmann, i combattenti in campo occidentale si dividono in volterriani, come la Ayaan Hirsi Ali – l’olandese di origine somala riparata negli Usa - che esprimono un orgoglio laico con un grado d’intolleranza pari a quello dei musulmani radicali. Per questa corrente di pensiero ogni religione è nemica della modernità. In Francia il nostro annovera Pascal Bruckner in questo team. Poi ci sono gli intellettuali di tradizione anglosassone (Ian Buruma e Timothy Garston Ash) che forse non ritengono i «fondamentalisti dei Lumi» in grado di volgere al bene il confronto. È «muro contro muro», rispetto ad una visione dell’uomo integralista, da entrambe le parti, parrebbe. Questa cultura legata alla Glorius Revolution, che riuscì a cambiare la società dell'epoca, senza le violente derive giacobine, non ha mai posto Dio fuori dalla storia e non ha mai legato la modernità all’affrancamento dalla religione. Il modello integrazionista multiculturale inglese – oggi in crisi – è cosa assai diversa dalla tipologia francese che già dai «Conseil francais du culte musulman», creati da Sarkozy, puntava al modello di «cittadinanza credente». «C’est un place dans la République» quello riservato all’islam, secondo il nuovo Presidente, convinto che la cultura islamica potesse semplicemente essere rimetabolizzata in salsa «republicain». Bene, per Glucksmann l’approccio anglosassone porta sulla falsa pista dello scontro di civiltà. Per il filosofo francese, l’agnosticismo e il modello volterriano di laicità anticomunitarista – quest’ultimo punto dolentissimo per la tenuta della République – funziona ancora egregiamente. In Francia forse potrebbe ancora essere utile, aggiungiamo noi, se non fosse il rovescio della medaglia dell’integralismo religioso. Perché il confronto è fra due modelli antropologici differenti. In prospettiva, alla polis greca si vorrebbe sostituire la madina islamica. Dove ci sembra che Glucksmann colga lo spirito dei tempi, è nella valutazione del fenomeno terrorista, «quando un uomo che si fa esplodere in mezzo alla folla, si tratta di criminalità umana, troppo umana»; e nel giudizio su di una classe d’intellettuali, «anime belle», con il loro indefferentismo etico «troppo inumano». In ballo non ci sarebbe uno scontro fra culture o civiltà, ma la guerra fra «libertà e schiavitù».

venerdì 7 settembre 2007

Ramadan e la miopia dell'Europa



«Nessun dialogo con i cattivi maestri», sono le parole di Marc Augé, l’etnologo dei «Nonluoghi», che sottolinea l’impossibilità di dialogare con personaggi alla Tariq Ramadan. Non è sorpreso che gli Usa abbiano incluso Ramadan nella lista degli indesiderati e non trova contraddizioni nel fatto che Time l’abbia inserito nell’elenco dei cento intellettuali più influenti al mondo. Spesso l’influenza non è un parametro di merito sufficiente per definire la bontà delle idee e di chi le propugna. C’è quindi chi prende una posizione netta contro certi «pontieri» del dialogo fra Occidente e Islam. Sarà la provenienza francese di Augé, il fatto che senta più di altri il rumore del fiume carsico dell’antisemitismo, che scorre nelle viscere dell’Europa e della Francia in particolare, a rendere il giudizio dell’etnologo meno indulgente verso le ambiguità e le attitudini «missionaristiche» di alcuni intellettuali. La querelle sul potere della lobby ebraica nel mondo, negli Usa e in Francia – con particolare attenzione ai media – è solo un modo per dire alle minoranze ebraiche: piegatevi, quando vi si grida in faccia l’intenzione di annientarvi, non dovete reagire, ma subire supinamente, in silenzio. Una tecnica che spesso viene usata anche contro la Chiesa cattolica.
Manca la «buona fede». Questo è il punto nodale. Augè vede nel tentativo di dare una risposta religiosa ai problemi sociali la strategia infida dell’islamismo. Centra il problema, ma non del tutto. È vero che le banlieu si sono incendiate sulla base in parte di problemi sociali, in parte – forse preponderante – di problemi culturali. Il senso di riconoscimento, l’identità pubblica dei gruppi etnici che si trovano in mezzo al guado. Non sono più e non sono ancora. Non più cittadini dei paesi d’origine, non ancora citoyen della nuova Francia. Sarkozy «non crede ad una concezione settaria o indifferente della laicità, né ad una collocazione della religione in concorrenza con la repubblica» come è descritto nel capitolo «La grandeur di Allah e la ricetta Sarkozy» del libro «La difesa dell’Occidente» di Pierre Chiartano (ed. Liberal con prefazione di Renzo Foa). Ciò che terrorizza il politici transalpini è il comunitarismo islamico che rischia di far crollare le fondamenta dello Stato, con l’uscita di richieste e bisogni della comunità islamica dal circuito istituzionale e sociale. Il radicalismo è la scorciatoia per riempire le teste di una gioventù allo sbando. Non solo, ma l’Europa dovrà riformulare in fretta i codici della proposta culturale, oggi tutta sbilanciata verso un laicismo privo di appeal, non solo per i musulmani. Nello scontro culturale è come se l’Europa continuasse a brandeggiare un’arma scarica, pur avendone a disposizioni molte altre. Dall’altra parte, l’Islam per quasi due secoli ha subito una marginalizzazione, a causa di una cultura importata, che dall’Egitto alla Mesopotamia, trovò poi in Turchia il massimo compimento nel kemalismo. La formula di Ataturk legava la modernità al rifiuto della religione. Oggi quel modello è nell’angolo, è arrugginito. L’Islam guarda all’Europa con grande sufficienza, non ci considera interlocutori all’altezza. Ecco come in un altro capitolo del libro «La difesa dell’Occidente» (Ratisbona ultimo ridotto d’Occidente) viene analizzato il problema.
«L’islam ci guarda con diffidenza, perché? La risposta apparsa sulle colonne del Corriere della Sera (settembre 2006), con le parole del Santo Padre, ricalca la vecchia critica alle società secolarizzate. Il loro conseguente rapporto ambiguo con il concetto di male. Ideologia scientista e cattiva declinazione del verbo della ragione hanno prodotto due effetti devastanti, in Europa come nelle società islamiche che anno subito il nazionalismo di stampo social-baahtista o kemalista. Primo la marginalizzazione dell’individuo in ossequio all’idea, la legge, la sovrastruttura. Secondo, la falsificazione del concetto di verità e di bene. Si è relativizzata la funzione fra individuo e male, deresponsabilizzando il primo si è annullato il secondo o viceversa. I processi di identificazione e riconoscimento delle persone sono stati spostati su concetti terreni. Si è sublimato il fango della razza, della classe o della nazione, ci si è dimenticati della grazia della verità. Fango e grazia sono le componenti dell’uomo e il libero arbitrio è ciò che fa prevalere l’una sull’altro, in una battaglia quotidiana. Dimenticarlo significa perdere l’uomo, che sia cristiano o musulmano» (pg. 190).
È questo un esempio della nuova cifra culturale che l’Europa dovrebbe acquisire per avere speranze di vincere il confronto con i «cattivi maestri». Non è una risposta che deroga alla ragione o al pensiero laico. Non vuol essere un subappalto ideologico alla religione d’Occidente, ma solo l’umile constatazione del cambio dei tempi.

giovedì 6 settembre 2007

RECENSIONE SU INFORMAZIONI DELLA DIFESA. «Efficace, anche per chi non "mastica" la materia»



Sul numero 3/07 della prestigiosa rivista edita dal Ministero della Difesa - viene distribuita in tutte le sedi diplomatiche nel mondo - è uscita la rencensione al libro «La difesa dell'Occidente» (Ed. Liberal con prefazione di Renzo Foa). Al momento non è ancora disponibile la versione on-line della pubblicazione.

Pierre Chiartano ha fatto un viaggio intorno al mondo, spinto dalla «ricerca della verità». Lo ha fatto a bordo di un nuovo mezzo di locomozione: la cultura. Ha lasciato i suoi pensieri in questo saggio, «La difesa dell’Occidente» dove, partendo da una fatidica data, l’11 settembre 2001 – data cui si può attribuire la coniazione del termine «asimmetrico» nel campo dei moderni conflitti – descrive le impressioni e le deduzioni che ha colto visitando l’Europa, l’America, la Cina, il Medio Oriente, Israele, Libano e Afghanistan. Ha guardato in modo laico le posizioni religiose, analizzato da punti di vista alternativi la situazione italiana, nei rapporti con il contesto internazionale di cui, ormai, non si può fare a meno di condividerne i destini.
Ecco che il «mezzo» con cui l’Autore si muove, la cultura, può essere la chiave d’interpretazione del nuovo scenario e può aiutare il lettore ad entrare nei meccanismi, a volte ostici, delle relazioni internazionali, degli equilibri della globalizzazione, e capire che non è sempre vero che le potenze occidentali, con il loro sviluppo tecnologico, siano vincenti contro i sistemi antiquati e imprevedibili dei terroristi e che alleanze subdole possono diventare pedine di un gioco tendente al balance of power. Lo fa con particolare attenzione descrivendo fatti, analizzando situazioni, usando un linguaggio, in forma giornalistica, efficace anche per chi non «mastica» la materia. Se ha torvato la verità alla fine del libro lo stabilirà il Lettore, a me personalmente è piaciuto leggere che, « per uscire dalla sopravvivenza, per costruire una coscienza morale e civica forte, per vivere da uomini...» basta che ognuno, ad ogni livello, faccia il proprio dovere « semplicemente ed umilmente».

link http://www.difesa.it/backoffice/upload/allegati/2007/{B48F46D4-7015-4B64-849E-31F5DB634A5D}.pdf

Ten. Col. Valter Cassar

martedì 4 settembre 2007

L'Occidente dei «pontieri» senza fiume



Tariq Ramadan continua a scatenare polemiche e discussioni. Da ultimi, Paul Bermann (TheNew Republic) e Ian Buruma lo incasellano nella categoria dei personaggi di cultura con cui è bene dialogare. Bermann afferma, tra l’altro, che «dialogare con qualcuno non significa sdraiarsi ai suoi piedi» e Buruma sostiene un fatto ineccepibile, «se oggi ti confronti solo con i laici, non ti confronti con nessuno». Bene, partendo da queste due affermazioni, proviamo ad andare avanti, raccogliendo l’invito dei due esperti. È vero come afferma Buruma che il grande errore dell’Occidente, soprattutto europeo, è quello di continuare a non prendere in considerazione che le bandiere del laicismo – sotto quasi tutte le latitudini – non garriscono più, a causa del vento di scirocco che viene dall’Islam, ma non solo. Pierre Chiartano nel suo «La difesa dell’Occidente» (Ed. Liberal – prefazione di Renzo Foa) spiega, in quasi 300 pagine, come il pendolo della storia abbia girato ancora, come fu al tempo della pace di Westfalia – in senso opposto. È un problema antropologico, di visione dell’uomo che si scontra con la realtà. «In Occidente, come in Oriente è la dimensione trascendente dell’uomo che ha ripreso le redini dell’identità, trascinando una nuova cultura che ha i suoi linguaggi». Pretendere di dialogare con l’Islam usando la vecchia grammatica laicista, che legge l’uomo monodimensionale (solo ragione), è il più grande errore che l’Occidente non può permettersi di fare. Detto questo, però il rischio di fare una frittata, girando la pentola troppo in fretta, è reale. La cultura laicista – Buruma non vi appartiene, perché aveva da anni percepito l’importanza della «polvere di Dio» - potrebbe farsi vincere dai sensi di colpa ed aprire, sì al nuovo dialogo, ma con gli interlocutori sbagliati. Chi scrive ha avuto l’occasione di ascoltare e osservare Tariq Ramadan dal vivo. L’effetto ambiguità che aveva suscitato la lettura dei suoi scritti era, se possibile, aumentato. Riportiamo di seguito un brano che si può leggere integralmente su (http://difesadelloccidente.blogspot.com/2007/05/la-sala-rossa-della-fiera-del-libro-di.html). L’intervento di Ramadan avviene dopo che un’altro relatore ha descritto gli uomini «neri» dell’MI-6 (controspionaggio inglese) nel loro ambiguo rapporto con il terrorismo islamico.
«Ecco, dopo questa preparazione psicologica della platea, si materializza lui, Tariq Ramadan. Appena sceso dalla scaletta di un volo Alitalia, atterrato in ritardo, non manca di sottolineare il nostro. Poi parte la requisitoria in forma assai intelligente, perché entra nella dimensione dell’analisi pragmatica. Prima dimensione: rapporti fra politica e intelligence e fra questa e i gruppi terroristi. La seconda riguarda la religione e la sua capacità di costruire un’identità individuale e pubblica. Qua il messaggio è per le istituzioni politiche europee. La terza dimensione riguarda la ricerca di una sintesi per trovare soluzioni concrete. Punto su cui è difficile non essere d’accordo. Dove Ramadan tocca le corde emotive di molti e quando richiama i valori della democrazia. “La democrazia è anche una responsabilità, non è sempre un diritto”, gli applausi “scappano di mano”, come si dice. Peccato che tanto fervore democratico, e tanta sincera passione intellettuale – che va riconosciuta – sia messa al servizio di un messaggio che definire ambiguo è un eufemismo. È il duo Ahmed-Ramadan ha creare perplessità. I sensi di colpa scatenati dal primo servono all’introduzione del dubbio che la democrazia sia malata come meccanismo politico che viene inoculato dal secondo. Quando l’Occidente comincerà a capire che in ballo c’è la propria sopravvivenza?».
Il tema – eravamo alla Fiera del libro di Torino del maggio scorso - era legato ai confini, quindi i «pontieri» potevano essere protagonisti di quella kermesse culturale davvero interessante. Pierluigi Battista, sul Corriere di oggi, parla di «paradigma Gentile» ed espone ragioni condivisibili per essere prudenti nel dialogo con certi «pontieri». Invita a «stanare» l’elusivo e inafferrabile Ramadan. Il problema è che, sotto ogni punto di vista lo si voglia guardare, l’approccio di Ramadan al dialogo è monodirezionale: sono aperto al dialogo con un’Europa che, prima o poi, sarà dominata dalla cultura islamica. È vostro interesse mantenere i canali aperti, se non volete soccombere. Un modello assai simile a quello messo in atto dopo l’occupazione moresca dell’Andalusia. Il ponte c’è e anche il custode del ponte, pronto a dialogare con chi decide di attraversarlo. Solo che è a «senso unico», verso l’Islam. Sarebbe meglio parlare di strada, un sentiero verso l’annullamento dell’identità europea e occidentale. Il fiume non c’è, l’ostacolo è solo da una parte, la nostra.

venerdì 24 agosto 2007

Chinese connection




Non saranno i vecchi Tupolev 95 decollati il 17 agosto da sette basi russe a riattivare i meccanismi della guerra fredda. Neanche la capacità di trasportare 12 testate nucleari in quasi ogni angolo del globo potrà far dimenticare che i vetusti Bear o i Tu-160 Blackjack non fanno più paura. Incomincia a preoccupare, invece, la costante ripetizione di manovre congiunte del patto di Shangai (Shangai Cooperation Organization). Cina popolare, Russia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan e Uzbekistan fanno parte di un’alleanza di mutuo soccorso che potrebbe creare qualche problema agli interessi occidentali in Asia centrale e, col tempo, nell’Oceano Pacifico, con riferimento ai due principali alleati. Che i rapporti fra il Cremino e l’Occidente non siano più quelli di una volta è noto. La genesi di questi problemi è raccontata con intelligenza in un capitolo del libro “La difesa dell’Occidente” (ed. Liberal, con prefazione di Renzo Foa) da Pierre Chiartano, analista, giornalista, esperto di questioni militari e culturali, che ha messo allo scoperto il problema Putin, ben prima che la stampa internazionale si accorgesse di quanto stesse accadendo in Russia. Paese che vai… democrazia che trovi, potrebbe essere la cifra per interpretare l’evoluzione russa e il suo sguardo sempre più rivolto ad Oriente che sembra snobbare Europa e Washington. «In questa situazione, la Russia dovrebbe sviluppare relazioni con le ex repubbliche sovietiche procedendo egoisticamente dai suoi interessi nazionali. La solidarietà non può permettere al dirigente del Turkmenistan d'infrangere i diritti dei Russi etnici, all'Ucraina di rubare il gas russo, e alla Bielorussia di perseguire giornalisti russi. E gli interessi geopolitici russi nel Caucaso settentrionale impongono la resa dei conti con la Georgia» è il pensiero di Sergei Markedonov, capo-dipartimento all'Istituto di Analisi Militare e Politica, che ha rilevato il fallimento completo della CSI nel tentativo di mantenere uniti i cocci dell'Unione Sovietica, forse dimenticando le libertà conculcate all’interno anche dei propri confini come le vicende Litvinenko e Politoskaya hanno dimostrato. La Russia oggi può solo pompare un po’ di “petro-rubli” in un vecchio apparato militare che fa acqua da tutte le parti. Uno spettacolino a favore del pubblico russo e degli ex membri dell’Urss che oggi guardano con interesse al nuovo zar. E’ l’intesa cinese che diventa pericolosa se osservata alla luce di quello che è il difficilissimo riequilibrio ancora in atto nel dopo guerra fredda. Pechino vuole diventare potenza marittima per proteggere i preziosi rifornimenti petroliferi, necessari per tenere in vita la sua incredibile crescita, fatta a spese di ambiente e libertà civili e sociali. Stesso il motivo che spinge ad una presenza militare cinese in Asia centrale, per garantirsi le vie di comunicazioni col meno prezioso petrolio russo (carico di zolfo e impurità) e col più utile gas di cui quelle regioni sono ricche. Un discorso che vale per il Medio Oriente e alcune aree dell’Africa come il Sudan e la Nigeria, oppure per l’oro nero del nuovo quadrilatero “chavista” in Sud America. Le mosse sono state evidenti già dalla fine degli anni Novanta e predispongono un futuro a tinte grigie, dove al vecchio confronto bipolare si sostituirà un meno definito confronto asimmetrico nei mezzi (proxy wars, guerre economiche, confronto sul soft power), ma preciso nei contorni strategici, per la conquista di un egemonia globale. Il cuore e l’anima del globo sul tavolo di un confronto giocato senza esclusione di colpi e di mezzi. Molto più pericoloso della guerra fredda, ingessata da una dinamica bipolare e dalla deterrenza nucleare. Quest’ultima, in particolare, è oggi priva delle condizioni ideali per funzionare come freno ai passi falsi, alle decisioni avventate. Oggi, purtroppo, ogni opzione è aperta, ogni pericolo è reale e possibile.

sabato 4 agosto 2007

"L'ultimo limes" - Recensione esclusiva per il Blog - di Massimo De Angelis

Il libro La Difesa dell’Occidente, di Pierre Chiartano, è stimolante sin dal titolo. Il sostantivo “difesa” rievoca subito l’11 settembre 2001, quando tutte le tv del mondo recarono la striscia “Usa under attack”. Chi può dimenticare?
Da allora gli Usa si sono sentiti chiamati alla difesa. Alla difesa dall’ attacco del terrorismo islamista di Al Quaeda. Una difesa interpretata dagli Usa come difesa di tutto l’Occidente e dei suoi valori. E qui il discorso si è complicato. Infatti, gran parte dei Paesi europei, dopo aver tributato attestati di solidarietà in settembre, coinciarono immediatamente dopo a prendere le distanze dalla linea difensiva degli Usa, da Enduring freedom. E qui veniamo al secondo sostantivo del titolo, Occidente: la sua univocità è in questione. Non è problema di metodi e di strategie diverse ma innanzitutto di identità. E qui si arriva alle guerre culturali, per usare un bel termine in voga negli Usa. Guerre culturali che spaccano l’Occidente e anche gli Usa. A partire dagli anni Settanta. Che cosa è accaduto? Teorie decostruzioniste e postmoderne hanno eroso il concetto di verità. Sul piano sociologico-storico si è proceduto a una rivalutazione delle culture “oppresse”. La miscela tra quelle teorie filosofiche e queste revisioni storiografiche hanno portato alla denuncia-condanna della cultura occidentale che non poteva accampare nessuna “superiorità” culturale e morale e che dunque vedeva considerati i suoi privilegi frutto di un sopruso. Questo ha portato al multiculturalismo negli Usa, che si è mescolato col terzomondismo marxista in Europa e da ultimo si è tradotto nel convenzionalismo e relativismo morale sia in Europa che negli Usa. Abbiamo allora detto: guerre terroristiche da un lato guerre culturali dall’altro. Sono due piani ben distinti ma anche interconnessi persino nelle biografie dei nemici dell’Occidente, a cominciare da Bin laden e dai kamikaze contro le Torri gemelle. Sono due piani, due livelli cui l’indagine di Chiartano non sfugge ma su cui fa anzi perno. In questo senso il suo libro è bidimensionale: non perde mai di vista gli spazi dello scacchiere strategico internazionale e dall’altro versante i fondali del conflitto culturale. Delinea scenari o talora anche solo fotogrammi dei conflitti economici, energetici, finanziari, militari, sulla scorta di studi di think tank mondiali e in primo luogo statunitensi; con squarci suggestivi ad esempio sulle connection tra Cina, Iran e il Venezuela di Chavez. Lumeggia i dilemmi culturali dell’Occidente, la sua drammatica erraticità, l’oblìo si sé. Innanzitutto dell’Europa. Il dissidio dell’Europa dagli Usa su Enduring freedom rischia di essere un nuovo tradimento dei chierici. Perché il conflitto non è sul modo. E’ sulla sostanza. L’Occidente ha prodotto e produce innovazione scientifica e tecnologica e quindi potenza economica, finanziaria, militare. A fondamento vi è la cultura, l’umanesimo occidentale, la libertà occidentale. Il grande problema del nostro tempo non è che la Cina e altre aree del terzo mondo acquisiscano capacità economiche e tecnologiche. Il problema è che fanno questo senza acquisire i valori etico- politici. Ma una cosa è che enormi potenziali finanziari e dunque anche militari siano in mano a poteri democratici altra cosa che siano a disposizione di dittature. Altra cosa è che strumenti biotecnologici delicati innanzitutto dal punto di vista etico siano diffusi tra persone responsabili e informati altra cosa e che siano utilizzati tra popolazioni inconsapevoli. Questo è il cuore della sfida culturale oggi. Ma l’Europa ne è poco o nulla consapevole. E questo perché, come si diceva prima a proposito delle guerre culturali, l’Europa innanzitutto ripudia i fondamenti morali e religiosi della sua stessa civiltà, come da tempo ha messo in luce la ricerca di Jurgen Habermas. E’ questo il frutto del secolarismo dell’Occidente come analizza Michael Novak in un recente studio appunto sul secolarismo e la sua crisi in Europa dopo l’11 settembre. Il paradosso è dunque il secolarismo. Occidentale e anche arabo. Esso non è in grado di rispondere, al Cairo come a Parigi, al risentimento fondamentalista. Non è in grado di rispondere sul piano dei valori perché non capisce la portata della sfida. E non è in grado di rispondere sul piano politico militare perché il secolarismo non è in grado di mobilitare sufficienti energie morali per affrontare i costi di una risposta dura al fondamentalismo islamico. La questione, all’ osso è questa. E’ vero che i problemi nascono dal fatto che viviamo in società complesse che non vogliono rinunciare ad essere tali. Ma tale osservazione si riduce a chiacchiera se non si vede che quella complessità è il prodotto di una cultura e si dica pure di una civiltà e di uno spirito e che se si abbandonano questi presupposti quella complessità rimane senza fondamento e in certa misura senza senso.
Pierre Chiartano , nel suo libro, illumina l’insieme di tali questioni, afferra il filo d’Arianna indispensabile a muoversi nel labirinto di questo nostro tempo: l’Occidente è, innanzitutto e fondamentalmente, libertà politica ed economica, ma questa si fonda sulla libertà di coscienza e di pensiero la quale,a sua volta, ha a fondamento la coscienza religiosa la quale ha origine nel monoteismo ebraico-cristiano. Si può articolare e scavare quanto si vuole ma o si ha chiaro questo o si brancola nel buio. E L’Occidente brancola nel buio. L’Europa soprattutto brancola nel buio perché non ha conosciuto la rinascita ideale e morale che in America è stata definita neoconservatrice. Quella svolta consente di capire. Noi europei invece, non essendo più memori delle origini della nostra civiltà, avendole oblìate non sappiamo più qual è la nostra identità. Non sappiamo neanche perché e da chi difenderci. Abbiamo paura delle bombe, certo. Ma non siamo in grado di resistere moralmente e politicamente al potere che decide di farle esplodere. Meglio rossi che morti diceva un triste slogan ai tempi della guerra fredda. E oggi quanti sarebbero pronti a dire: meglio taliban che morti? Rischiamo allora di essere sopraffatti. Ma in realtà rischiamo di peggio. Rischiamo di non essere all’altezza, noi europei delle responsabilità che abbiamo verso la storia e verso il mondo. Perché oggi è imperativo costruire un mondo di pace. L’Occidente ha le maggiori responsabilità in questo compito perché è la parte di umanità più evoluta e con maggiori mezzi. Ma se dimentica questa sua superiorità morale e spirituale, allora non è in grado di corrispondere a tali resposabilità. E allora, un giorno potrebbe rispondere alla sfida di civiltà sulla base non della sua cultura e dei suoi valori, ma della sola paura e del semplice istinto di sopravvivenza. A quel punto la risposta potrebbe essere croccante. A quel punto la guerra mondiale che dal ’45 si considera impossibile potrebbe tornare ad essere una ipotesi realistica e credo davvero sia questo il rischio maggiore nascosto dall’eclissi dell’Occidente e la nuova colpa che da tale eclissi può derivare.

Massimo De Angelis, giornalista, membro del comitato scientifico Fondazione Liberal